lunedì 3 ottobre 2011

WARD : Father Mine 5° e 6° capitolo



5° CAPITOLO



Z fissò lo schermo del suo telefono, pregando di ricevere una
risposta da Bella. Avrebbe chiamato, ma la sua voce era così
malferma e non voleva allarmarla.

In più ritrovarsi in un gran momento emozionale non era una
grande idea, considerando che aveva una gamba rotta sulla
proprietà dei lessers.

Rhage e Blay ritornarono attraverso il tunnel.
“…è perché non sono entrati in casa,” stava dicendo Rhage.
“L’entrata di questo magazzino passa attraverso il capanno sul
retro. Per prima cosa stavano controllando il sistema di sicurezza,
chiaramente preoccupati che la casa fosse stata infiltrata.”

Z si schiarì la gola e mormorò, “Il sistema d’allarme sta ancora
lampeggiando. Se non lo spegniamo in fretta, altri…”

Rhage puntò la pistola sulla luce rossa, tirò il grilletto, e ridusse
la cosa in polvere. “Forse questo funzionerà.”

“Sei proprio un tecnico, Hollywood,” bofonchiò Z. “Pari pari a
Bill Gates.”

“Quel che è. Dobbiamo portare fuori te e il civile…”
Il telefono di Z vibrò e lui aprì il messaggio di Bella, trattenendo
il respiro. Dopo averlo letto due volte, serrò gli occhi e richiuse il
telefono. Oh, Dio…no.

Tirando su il tronco dal pavimento di terra, si diede una spinta
per mettersi in piedi. La fitta d’agonia che gli corse su per la
gamba l’aiutò a distrarsi dalla vista di tutto quel sangue che aveva
formato una pozza sotto di lui.

“Che…”
“…cazzo…”
“…stai facendo…”
John con i segni disse le stesse cose. Cosa stai facendo?
“Devo tornare a casa.” Smaterializzarsi non era una opzione a
causa della gamba…che gli stava facendo venire i conati di
vomito a vederla sbatacchiare in giro. “Devo…”
Hollywood sbatté la sua faccia perfetta diretta sul muso di Z.
“Vuoi rilassarti! Sei sotto shock…”
Z afferrò l’avambraccio dell’uomo e strinse per chiudergli la
bocca. Parlò sottovoce, e quando ebbe finito, Rhage poteva solo
sbattere gli occhi.
Dopo un momento Hollywood disse piano, “Questo è il
problema, però. Hai una frattura scomposta, fratello mio. Prometto
che ti rimetteremo a posto, ma dobbiamo portarti da un dottore.
Morto non è dove vuoi essere, mi capisci?”
Mentre un’ondata di vertigine arrivò a sommergerlo da chissà
dove, Z ebbe l’impressione che suo fratello avesse ragione. Ma
cazzo. “Casa. Voglio…”
Il suo corpo crollò. Venne giù come un castello di carte.
Rhage sostenne il suo peso e si girò verso i ragazzi. “Voi due,
portatelo fuori dal tunnel. Muovetevi, io vi copro.”
Zsadist grugnì quando cambiò mani e fu portato via come una
carcassa di cervo trovata in mezzo alla strada. Il dolore lo stordiva,
facendogli palpitare il cuore e rabbrividire la pelle, ma andava
bene. Aveva bisogno della manifestazione fisica dell’emozione
intrappolata al centro del suo petto.
Il tunnel era lungo meno di cinquanta metri e abbastanza alto
solo perché un hobbit potesse starci dritto in piedi…quindi uscire
di lì fu divertente quanto nascere. Qhuinn e John erano piegati in
due, cercando di mantenere la presa mentre se la filavano a gambe
levate, due adulti in un modello per bambini. Mentre il corpo di Z
era teso e il suo fottuto piede suonava come una campana, l’unica
cosa che lo teneva cosciente era il messaggio di Bella:
MI DISPIACE. TI AMO, MA LEI E IO ABBIAMO BISOGNO DI
ANDARE. TI DARÒ L’INDIRIZZO QUANDO CI SAREMO
SISTEMATE PIÙ TARDI STASERA.
Fuori l’aria era fresca, e Z inspirò la merda nei polmoni con la
speranza di calmarsi lo stomaco. Fu portato direttamente
all’Hummer e messo dietro, accanto al civile che era svenuto.
John, Blay e Qhuinn entrarono, e poi ci fu un momento di sbrigati
e aspetta.
Alla fine Rhage schizzò fuori dalla casa, mostrò tre dita e un
pugno, e si infilò sul sedile davanti. Mentre il fratello mandava un
messaggio dal suo telefono, Qhuinn premette sul gas e ancora una
volta dimostrò di avere almeno mezzo cervello: il ragazzo era
stato abbastanza furbo da mettersi col muso in fuori così da avere
una linea retta lungo il vialetto, e prese la via di fuga a tutta forza.
Rhage guardò l’orologio mentre correvano via.
“Quattro…tre…due…”
La casa dietro di loro esplose in una palla di fuoco, il
contraccolpo spinse ondate d’energia attraverso l’aria…
Proprio mentre una monovolume piena di nemici entrava nel
vialetto bloccando la strada verso la Route 9.
Bella ricontrollò le due borse L.L. Bean e fu abbastanza certa di
avere tutto quello di cui aveva bisogno per un breve periodo. In
quella con i manici verdi aveva qualche vestito per sé stessa,
insieme al carica batterie per il cellulare, lo spazzolino, e duemila

dollari in contanti. Quella con i manici blu conteneva i vestiti di
Nalla, biberon e pannolini, insieme alle salviette umide, la crema
per le irritazioni, copertine, un orsetto, e Oh, I posti dove andrai!
del Dottor Seuss.
Il titolo del libro preferito di Nalla era un vero calcio sui denti in
una notte come quella. Lo era davvero.
Quando sentì bussare alla porta della nursery, Bella disse,
“Avanti.”

Mary, la shellan di Rhage mise dentro la testa. Il viso era teso, gli
occhi grigi severi prima ancora di vedere le borse per terra.
“Rhage mi ha mandato un messaggio. Z è stato ferito. So che stai
per andartene, e il perché non sono affari miei, ma potresti
prendere in considerazione di aspettare. Da quello che mi ha detto
Rhage, Z avrà un disperato bisogno di nutrirsi.”
Bella si mise dritta lentamente. “Quanto…quanto è grave? Che
cosa…”
“Non ho nessun altro dettaglio a parte che saranno a casa più in
fretta che potranno.”
Oh…Dio.
Era la notizia che aveva sempre temuto. Z ferito fuori

sul campo.
“Qual è l’ora stimata d’arrivo?”
“Rhage non l’ha detto. So che devono scaricare un civile ferito
alla nuova clinica di Havers, ma lo stanno già facendo. Non sono
sicura se Z sarà medicato lì o qui.”
Bella chiuse gli occhi. Z le aveva mandato il messaggio mentre
era ferito. L’aveva cercata quando stava male…e lei l’aveva
ricambiato sbattendogli in faccia il fatto che lo stava
abbandonando ai suoi demoni.
“Che cosa ho fatto,” disse Bella piano.
“Scusami?” chiese Mary.
Bella scosse la testa per rispondere sia a sé stessa sia alla donna.
Andando verso la culla, Bella guardò la loro bambina. Nalla
stava dormendo con il duro e denso sfinimento dei bambini, il suo
piccolo torace pompava su e giù con determinazione, le manine
rosa strette a pugno, la fronte corrugata come se si stesse
concentrando a crescere.
“Potresti stare con lei?” chiese Bella.
“Assolutamente.”
“C’è del latte nel frigo laggiù.”
“Sarò proprio qui. Non andrò da nessuna parte.”
Tornando al vialetto della casa verde pisello in mezzo agli alberi,
Z sentì la sbandata improvvisa data dalla frenata dell’Hummer di
Qhuinn. Il SUV mantenne l’assetto mentre le leggi della fisica
afferrarono con forza la sua massa, mettendo fine
all’accelerazione appena prima che il veicolo andasse a fracassarsi
contro il lobo frontale della monovolume sulla sua strada.
Canne di pistola vennero fuori dai finestrini della macchina da
mamma suburbana della società dei lessers
come se la stronza

fosse una diligenza, e i proiettili impazzirono, colpendo la
carrozzeria di acciaio rinforzato dell’Hummer e rimbalzando sui
finestrini di plexiglas.
“La seconda notte fuori con la mia quattro ruote,” sputò Qhuinn.
“E sti stronzi la stanno riducendo come formaggio svizzero?
Cazzo, no. Tenetevi.”
Qhuinn ingranò la retro, facendo scattare il Suv di quasi cinque
metri, poi infilò la prima e partì a tavoletta. Sterzando a sinistra,
scartò l’auto per tutti i terreni, zolle di terra si ammucchiarono e
sbatterono su entrambe le auto.
Mentre sbatacchiavano in giro come una barca col brutto tempo,
Rhage infilò una mano nella giacca e tirò fuori una granata.
Aprendo il finestrino a prova di proiettili giusto il necessario, tirò
via la sicura con i denti e buttò fuori l’esplosivo grosso come un
pugno. Grazie a Dio la dannata cosa sbatté sul tettuccio della
monovolume e rotolò sotto il veicolo.
I tre lessers
saltarono fuori da quel cazzo di macchina come se

stese andando a fuoco.
E dieci secondi dopo lo stava facendo, le fiamme a illuminare la
notte.
"Caaaaazzo", se Z aveva pensato che la gita nel tunnel fosse stata
una pessima cosa per la sua gamba, era niente a confronto della
scena buca e esplodi che era servita per scappare da quei
cacciatori. Quando l’Hummer sbucò sulla Route 9 dopo aver preso
in pieno almeno uno dei lessers, Zsadist era sul punto di svenire.
“Merda, sta andando in shock.”
Z realizzò con poco interesse che Rhage si era girato e stava
guardando lui, non il civile.
“Non lo faccio,” biascicò mentre gli occhi gli si giravano
all’indietro. “Solo facendo una breve pausa.”
Lo sguardo di Rhage, blu spettacolare tipo Bahamas, si fece
torvo. “Scomposta. Frattura. Figlio-di-puttana. Ti stai
dissanguando mentre parliamo.”
Z alzò lo sguardo fino ad incontrare quello di Qhuinn nello
specchietto retrovisore. “Scusa per la tappezzeria.”
Il ragazzo scosse la testa. “Non c’è problema. Per te fracasso
l’auto.”
Rhage mise una mano sul collo di Z. “Dannazione, sei bianco
come la neve e caldo uguale. Dovrai farti curare alla clinica.”
“Casa.”
A bassa voce Rhage disse, “Ho messaggiato Mary perché non la
faccia andare via, okay? Bella sarà ancora lì, non importa quanto
tempo ci metteremo a tornare alla residenza. Non ti lascerà prima
che torni a casa.”
Una grande quiete risuonò nell’Hummer, come se tutti stessero
facendo finta di non aver sentito niente dell’ultima ora di Rhage.
Z aprì la bocca per discutere.
Ma svenne prima di riuscire a mettere in campo altre obiezioni.




                                                                   6° CAPITOLO 

Bella camminava su e giù per la palestra nel centro
d’addestramento, orbitando intorno al tavolo operatorio con

gambe tremanti. Si fermava regolarmente per controllare l’orologio.
Dov’erano? Che altro era andato storto? Era passata più di un’ora…
Oh, Dio, per favore fa che Zsadist sia vivo. Per favore fa che lo
riportino indietro vivo.
Su e giù, sempre su e giù. Alla fine si fermò a un capo della
barella e la guardò. Mettendo una mano sul cuscino imbottito, si
trovò a ripensare a quando si era trovata sdraiata su quella cosa
nella veste di paziente. Tre mesi prima. Per la nascita di Nalla.
Dio, che incubo che era stato.
E Dio, che incubo era adesso…in attesa che il suo hellren fosse
trasportato dentro ferito, sanguinante, in preda al dolore. E quello
era il migliore dei casi. Il caso peggiore era un corpo coperto da
un lenzuolo, qualcosa che non poteva neanche prendere in considerazione.
Per evitare di impazzire, Bella pensò alla nascita, a quel
momento quando entrambe le loro vite, la sua e quella di Z, erano
cambiate per sempre. Come un sacco di cose drammatiche, il
grande evento era stato anticipato, ma quando era arrivato era
stato comunque uno shock. Era stata al nono mese di una
gravidanza di diciotto ed era un lunedì notte.
Bel modo di cominciare la settimana lavorativa.
Aveva avuto una gran voglia di chili, e Fritz l’aveva
accontentata, preparando una porzione che bruciava come una
torcia per saldare. Quando l’amato maggiordomo le aveva portato
la ciotola fumante, però, di colpo non era riuscita a sopportare
l’odore o la vista della pietanza. Nauseata e sudata, era andata a
farsi una doccia fredda, e mentre arrancava in bagno, si era chiesta
dove diavolo avrebbe infilato altre sette mesi del piccolo che le
cresceva in pancia.
Nalla, a quanto pareva, aveva preso a cuore il pensiero
passeggero. Per la prima volta dopo settimane, si era mossa con
decisione…e, con un calcio improvviso, aveva rotto le acque.
Bella aveva sollevato l’accappatoio e aveva guardato in basso
alla pozza che si era formata ai suoi piedi, domandandosi per un
momento se non avesse perso il controllo della vescica. Poi capì.
Anche se aveva seguito i consigli di Doc Jane e aveva evitato di
leggere la versione vampirica di Cosa aspettarsi quando si
aspetta, ne sapeva abbastanza per essere sicura che una volta che
le acque si rompono, l’autobus è uscito dalla stazione.
Dieci minuti dopo si era ritrovata distesa su quella barella, con
Doc Jane che le faceva un veloce, ma accurato esame. La
conclusione era che il corpo di Bella non sembrava pronto a
proseguire col programma, ma Nalla doveva essere tirata fuori. Fu
amministrata della Pitocina, usata di frequente per indurre il
travaglio nelle donne umane, e poco dopo Bella scoprì che c’è una
differenza tra dolore e travaglio.
Il dolore cattura la tua attenzione. Il travaglio cattura tutta la tua attenzione.
Zsadist era stato fuori sul campo, e quando era arrivato era così
agitato che quei pochi capelli che gli erano rimasti sul cranio
stavano dritti. Appena entrato, si era disfatto delle armi, il
mucchio grosso come un divanetto, ed era corso per starle accanto.
Bella non l’aveva mai visto tanto spaventato. Nemmeno quando
si svegliava dai sogni di quella sadica Padrona che aveva avuto.
Gli occhi erano neri, non per rabbia ma per paura, e le labbra
erano così tirate che sembravano un paio di linee bianche.
Averlo lì l’aveva aiutata a superare il dolore. E ne aveva avuto
bisogno. Doc Jane aveva sconsigliato l’epidurale, visto che nei
vampiri poteva portare ad allarmanti cali di pressione. Quindi non
c’era stato nulla a calmare il dolore.
E neanche tempo per trasferirla alla clinica di Havers. Una volta
che la Pitocina aveva messo in moto il suo corpo, il travaglio era
andato avanti troppo in fretta per poterla muovere…anche se non
sarebbe comunque stato possibile visto che l’alba era vicina. Il che
significava che non c’era neanche modo di far arrivare il medico
della razza al centro d’addestramento.
Bella tornò al presente, accarezzando il cuscino sottile che era
appoggiato sulla barella. Riusciva a ricordarsi di come aveva
stretto la mano di Z abbastanza forte da rompergli le ossa mentre
si sforzava fino a che anche i denti le avevano fatto male e le era
sembrato di spaccarsi in due.
E poi i suoi segni vitali erano crollati.
“Bella?”
Si girò. Wrath era sull’uscio della stanza, l’enorme corpo del re
riempiva il passaggio. Con i capelli neri lunghi fino ai fianchi, gli
occhiali da sole a fascia e i vestiti di pelle nera, nel suo silenzioso
arrivo sembrava una versione moderna della Morte.
“Oh, per favore, no,” disse Bella, aggrappandosi alla lettiga. “Per favore..”
“No. È okay. Lui è okay.” Wrath si avvicinò e le prese un
braccio, tenendola su. “È stato stabilizzato.”
“Stabilizzato?”
“Ha una frattura scomposta nella parte bassa della gamba che ha
causato una certa perdita di sangue.” Certa ossia massiccia, senza
dubbio. “Dov’è?”
“Sta tornando a casa dalla clinica di Havers proprio adesso. Ho
pensato che fossi preoccupata, così ho voluto fartelo sapere.”
“Grazie. Grazie…” Anche con tutti i problemi che avevano avuto
ultimamente, l’idea di perdere il suo hellren era catastrofica.
“Ehi, piano.” Il re la circondò con le enormi braccia e la tenne
così, gentilmente. “Lascia che i brividi ti attraversino. Respirerai
più facilmente così, che tu ci creda o no.”
Bella fece come le era stato suggerito, lasciando andare il rigido
controllo che aveva imposto ai propri muscoli. Il suo corpo tremò
dalle spalle alle caviglie e lei contò sulla forza del re per rimanere
in piedi. Aveva ragione, però. Anche mentre tremava, era in grado
di fare un respiro profondo o due.
Quando si sentì più stabile, si tirò indietro. Vedendo la barella
corrugò la fronte e dovette rimettersi a camminare in tondo.
“Wrath, posso chiederti una cosa?”
“Assolutamente.”
Dovette camminare ancora un po’ prima di riuscire a porre la
domanda nel modo giusto. “Se Beth avesse un bambino, lo
ameresti tanto quanto ami lei?”

Il re sembrò sorpreso. “Ah…”
“Mi spiace,” disse Bella, scuotendo la testa. “Non sono affari miei…”
“No. Non è quello. Sto cercando di capire la risposta.” Alzò una
mano e sollevò gli occhiali dai suoi brillanti occhi verde pallido.
Anche se erano sfocati, il suo sguardo faceva comunque colpo.
“Le cose stanno così…e credo sia vero per tutti i maschi che
hanno una compagna . La tua shellan è il cuore pulsante nel tuo
petto. Perfino più di quello. È il tuo corpo, la tua pelle e la tua
mente…ogni cosa che sei mai stato e ogni cosa che sarai. Quindi
un uomo non può provare qualcosa in più per nessun altro che non
sia la propria compagna. Semplicemente non è possibile, e credo
che ci sia l’evoluzione al lavoro qui. Più profondamente ami, più
proteggi, e mantenere in vita la tua donna a tutti i costi significa
che lei può prendersi cura di qualunque piccolo abbia. Detto
questo, naturalmente ami i tuoi bambini. Penso a Darius con
Beth…voglio dire, era disperato all’idea di mantenerla al sicuro. E
Tohr con John…e…sì, voglio dire, hai sentimenti profondi per
loro, certo.”
Era logico, ma non una grande consolazione, considerando che
Zsadist non prendeva neanche in braccio Nalla…
Le doppie porte della stanza si aprirono e Z fu portato dentro.
Aveva addosso un pigiama da ospedale, probabilmente perché era
stato necessario tagliare i suoi vestiti alla clinica di Havers, e il
suo viso era privo di qualsiasi colore. Aveva entrambe le mani
fasciate, e c’era il gesso sulla parte inferiore della gamba.
Era completamente privo di sensi.
Bella corse al suo fianco e gli prese la mano. “Zsadist? Zsadist?”
Qualche volta le flebo e le pillole non sono sempre la cura
migliore per il trattamento dei feriti. Qualche volta tutto quello di
cui hai bisogno è il tocco delle persone amate e il suono della loro
voce e il sapere che sei a casa, e quello è abbastanza per trascinarti
lontano dall’abisso.
Z aprì gli occhi. Lo sguardo blu zaffiro che incontrò gli fece
venire le lacrime. Bella era chinata su di lui, la massa di capelli
color mogano le scendeva su una spalla, i lineamenti classici del
viso tirati in un’espressione preoccupata.
“Ciao,” disse Z, perché era il meglio che potesse fare.
Aveva rifiutato ogni analgesico alla clinica, perché l’effetto di
intontimento che procuravano gli aveva sempre ricordato il modo
in cui era stato drogato per mano della Padrona…quindi era stato
del tutto cosciente mentre la gamba veniva aperta e rimessa a
posto da Doc Jane. Beh, lo era stato per una parte, comunque.
Doveva essere svenuto per un po’. Il lato positivo era che si
sentiva un cadavere. Senza dubbio ne aveva anche l’aspetto. E
c’era troppo da dire.
“Ciao.” Bella gli accarezzo la testa rasata. “Ciao…”
“Ciao…” Prima di crollare e fare la figura del fesso, Z si diede
un’occhiata intorno per vedere chi altro ci fosse nella stanza.
Wrath stava parlando con Rhage in un angolo accanto alla vasca
per l’idromassaggio, e Qhuinn, John e Blay erano in piedi di
fronte agli armadietti di acciaio e vetro.
Testimoni. Merda. Doveva darsi una calmata.
Mentre sbatteva gli occhi con forza, i dettagli della stanza si
misero a fuoco, e ripensò all’ultima volta in cui era stato lì dentro.
La nascita.
“Ssh…” mormorò Bella, chiaramente fraintendendo la ragione
della sua smorfia. “Chiudi solo gli occhi e rilassati.”
Fece come gli venne detto, perché era di nuovo sull’orlo
dell’abisso, e non per quanto fosse messa male la gamba o per il
male che gli facevano le mani.
Dio, la notte in cui Nalla era nata…quando aveva quasi perso la
sua shellan…
Z strinse forte gli occhi perché non voleva ricordare il
passato…o guardare troppo da vicino il presente. Stava correndo il
pericolo di perdere Bella. Di nuovo.
“Ti amo…” sussurrò. “Per favore non lasciarmi.”
“Sono proprio qui.”
Sì, ma per quanto.
Il panico che provava adesso lo riportò alla notte della
nascita…era stato fuori sul campo con Vishous, investigando il
rapimento di un civile in centro città. Quando era arrivata la
chiamata da Doc Jane, aveva scaricato V come si fa con le brutte
abitudini e si era dematerializzato nel vialetto della residenza,
facendosi strada nell’atrio fino al tunnel. Tutti, le shellan,i
doggen e Wrath, si erano tolti dalla sua strada prima di far la fine
dei birilli.
Giù nel centro d’addestramento, in quella stessa stanza, aveva
trovato Bella distesa sulla barella su cui stava lui adesso. Era
entrato nel bel mezzo di una contrazione ed era dovuto rimanere a
guardare mentre il corpo di Bella veniva avvinghiato come dalla
mano di un gigante che la stringesse alla vita. Quando il dolore si
era attenuato Bella aveva fatto un profondo respiro, poi l’aveva
guardato e gli aveva offerto un debole sorriso. Mentre tendeva una
mano verso di lui, Z si era disfatto delle armi, facendole cadere sul
linoleum.
“Mani,” aveva abbaiato Doc Jane. “Lavati le mani prima di
avvicinarti.”
Z aveva annuito ed era andato diretto ai profondi lavandini con i
pedali. Si era passato il sapone su per le braccia fino a quando la
pelle non era stata rosa tipo quella della Barbie poi si era
asciugato con un panno chirurgico blu ed era corso al fianco di
Bella.
Le loro mani si erano appena toccate quando era arrivata una
nuova contrazione. Bella gli aveva stretto la mano fino a
stritolargliela, ma non gli importava. Continuando a guardarla
negli occhi mentre si sforzava, avrebbe fatto qualunque cosa per
liberarla dal dolore…e in quel momento si sarebbe con piacere
tagliato le palle. No poteva credere di averla costretta a sopportare
un tale tipo di dolore.
Le cose peggiorarono. Il travaglio era come una locomotiva che
acquistava velocità e i binari erano sul corpo di Bella. Più forte,
più lungo, più veloce. Non capiva come Bella potesse sopportarlo.
E poi non ci riuscì più.
Andò in arresto, tutti i segni vitali calarono…la frequenza
cardiaca, la pressione sanguigna, tutto andò a puttane. Z seppe
quanto la situazione fosse seria dalla velocità con cui Doc Jane
cominciò a muoversi. Si ricordò dei medicinali nella flebo, e
Vishous che si avvicinava con…merda, strumenti chirurgici e
un’incubatrice.
Doc Jane si infilò un nuovo paio di guanti di lattice, guardando
prima Bella e poi lui. “Dobbiamo entrare e prendere il bambino,
okay? C’è sofferenza fetale.”
Annuì. Aveva annuito a quel punto sia per se stesso che per
Bella. La Betadine era stata un color arancione arrugginito mentre
V l’aveva spalmata su tutto l’addome gonfio di Bella.
“Starà bene?” Mormorò Bella disperata. “La nostra piccola
starà…”
Doc Jane si era avvicinata. “Guardami.”
Le due donne si erano guardate dritte negli occhi. “Farò tutto
quello che potrò per portarvi entrambe alla fine. Voglio che ti
calmi, è questo il tuo compito. Calmati e lasciami fare quello che
faccio meglio. Adesso respira profondamente.”
Zsadist aveva preso un respiro insieme alla sua shellan…e poi
aveva guardato mentre gli occhi di Bella all’improvviso si
spalancavano e le sguardo le si fissava sul soffitto con una strana
intensità. Prima che potesse chiedere cosa stesse guardando, Bella
aveva chiuso gli occhi.
Z aveva avuto un momento di terrore in cui aveva temuto di non
vederli mai più aperti.
Poi Bella aveva detto, “Assicuratevi solo che la piccola stia bene.”
In quel momento Z aveva avuto davvero paura perché era chiaro
che Bella non pensava di uscirne viva. E l’unica cosa che le
importava era la piccola.
“Per favore rimani con me,” aveva detto Z con un gemito mentre
veniva praticata l’incisione.
Bella non l’aveva sentito. Si era lasciata trasportare
nell’incoscienza, come se fosse stata su una barca che aveva
mollato gli ormeggi e stesse galleggiando su acque calme.
Nalla era nata alle sei e ventiquattro del mattino.
“È viva?” aveva chiesto.
Anche se adesso si vergognava ad ammetterlo, l’unica ragione
per cui aveva voluto saperlo era perché Dio non volesse che Bella
riprendesse i sensi per sentirsi dire che sua figlia era nata morta.
Mentre Doc Jane suturava Bella, Vishous aveva lavorato
velocemente con un palloncino aspirante sulla bocca e il naso
della piccola, poi aveva inserito una minuscola flebo e fatto
qualcosa con le mani e i piedi. Veloce. A quel punto V era stato
veloce come la sua shellan.
“È viva?”
“Zsadist?”
Z aprì gli occhi e tornò al presente.
“Hai bisogno di altri analgesici?” chiese Bella. “Hai l’aspetto di
uno in agonia.”
“Non posso credere che sia vissuta. Era così piccola.”
Mentre le parole uscivano dalla bocca di Zsadist, Bella non capì,
ma solo per un secondo. La nascita…Z stava pensando alla
nascita.
Bella gli accarezzò i corti capelli morbidi, cercando di farlo stare
meglio in qualche piccolo modo. “Sì…sì, lo era.”
Gli occhi gialli si spostarono sulla gente nella stanza e la voce si
abbassò. “Posso essere onesto?”
Oh, merda, pensò Bella. “Sì, per favore.”
“L’unica ragione per cui mi importava se era viva era perché non
volevo che ti dicessero che non lo era. Era l’unica cosa per cui ti
preoccupavi…e non potevo sopportare che tu la perdessi.”
Bella corrugò la fronte. “Vuoi dire alla fine?”
“Sì…dicesti che volevi solo essere sicura che lei stesse bene.
Furono le tue ultime parole.”
Bella allungò una mano sulla guancia di Zsadist. “Credevo di
stare per morire e non volevo che tu rimanessi tutto solo…ho visto
la luce dell’al di là. Era tutto intorno a me, mi avvolgeva. Ero
preoccupata per te…per quello che sarebbe successo se non ci
fossi più stata.”
Il viso di Z divenne ancora più pallido, dimostrando che nello
spettro dei colori esiste qualcosa di più chiaro del bianco.
“Pensavo che era quello che stava succedendo. Oh…Dio, non
posso credere a quanto ci siamo andati vicino.”
Doc Jane si avvicinò alla barella, “Scusate se vi interrompo.
Voglio solo fare un piccolo controllo dei segni vitali?”
“Naturalmente.”
Mentre Bella guardava il dottore fare in fretta l’esame, pensò al
modo in cui quelle mani eteree avevano aiutato sua figlia a venire
al mondo.
“Bene,” disse Doc Jane, appendendo lo stetoscopio al collo. “Va
bene. È stabilizzato e dovrebbe riuscire ad alzarsi e a muoversi in
un’ora circa.”
“Grazie,” mormorò Bella mentre Z faceva lo stesso.
“Piacere mio. Credetemi. Adesso, perché il resto di noi non se ne
và e lascia che voi due passiate un po’ di tempo da soli.”
La folla si disperse tra offerte di aiuto e cibo e ogni altra cosa che
potesse servire. Mentre Wrath stava andando verso la porta, si
fermò e guardò Bella.
Lei strinse la presa sulla spalla di Z mentre il re inchinava appena
la testa e poi chiudeva la porta.
Bella si schiarì la gola. “Posso portarti qualcosa per…”
“Dobbiamo parlare.”
“Può aspettare…”
“Fino a quando te ne sarai andata da qui?” Z scosse la testa. “No.
Deve essere adesso.”
Bella avvicinò uno sgabello con le rotelle e si sedette,
accarezzandogli l’avambraccio perché non poteva tenergli la mano
fasciata. “Ho paura. Se non…riusciamo a colmare le distanze…”
“Anch’io.”
Mentre le loro parole rimanevano sospese nel silenzio della
stanza ricoperta di piastrelle, Bella si ricordò di quando si era
svegliata dopo il cesareo il giorno della nascita. Gli occhi di
Zsadist erano stati la prima cosa che aveva visto. Sembrava in
agonia mentre la guardava, ma lentamente il dolore era passato,
rivelando incredulità e poi speranza.
“Mostrale la piccola,” aveva chiesto Z con decisione. “Veloce.”
Vishous aveva spinto l’incubatrice vicino al letto e Bella aveva
visto sua figlia per la prima volta. Trascinando con se il tubo della
flebo attaccato al braccio, aveva posato i polpastrelli sul guscio di
plexiglas. Nell’istante in cui aveva toccato la struttura trasparente,
la piccola aveva girato la testa.
Bella aveva guardato Zsadist. “Possiamo chiamarla Nalla?”
Gli occhi di Z si erano riempiti di lacrime. “Sì. Assolutamente.
Tutto quello che vuoi.”
L’aveva baciata e le aveva dato il suo sangue ed era stato tutto
quello che si potrebbe volere da un compagno attento e
premuroso.
Tornando al presente Bella scosse la testa. “Sembravi così felice.
Subito dopo la nascita. Stavi festeggiando con gli altri. Eri lì per
attaccare i nastri alla culla…Sei andato da Phury e hai cantato di
nuovo…”
“Perché eri viva e non dovevi soffrire per la perdita della nostra
piccola. Le mie paure peggiori non si erano avverate.” Zsadist alzò
una mano come se volesse strofinarsi gli occhi, ma corrugò la
fronte realizzando che non poteva a causa delle bende. “Ero felice per te.”
“Ma dopo che mi hai nutrita, ti sei seduto vicino all’incubatrice e
ti sei proteso verso di lei. Hai perfino sorriso quando ha guardato
dalla tua parte. C’era amore sul tuo viso, non solo sollievo. Cos’è
cambiato?” quando lui esitò, Bella disse, “Sono disposta a darti
più tempo se è quello che serve, ma non posso essere tenuta fuori
dal processo. Che cosa è successo?”
Z fissò la grata sulle luci che stavano sopra di lui e ci fu un lungo
silenzio, così lungo che Bella pensò che forse avevano raggiunto
un muro insormontabile.
Ma poi una grossa lacrima si formò all’angolo dell’occhio di Z.
“Lei è nel sogno con me.”
Le parole furono dette così piano che Bella dovette assicurarsi di
aver sentito bene. “Scusami?”
“Il sogno che faccio di essere ancora con la Padrona. Nalla…è
nella cella con me. Posso sentirla piangere mentre la Padrona
viene per me. Cerco di liberarmi dalla catene…così posso
proteggerla…portarla via…fermare quello che sta per succedere.
Ma non riesco a muovermi. La Padrona la troverà, ed è colpa mia
se Nalla è nella cella.”
“Oh…amore mio…oh, Z.” Bella si alzò e facendo attenzione si
appoggiò sul suo torace, abbracciandolo teneramente.
“Oh…Dio…e hai paura che la Padrona la ucciderà…”
“No.” Z si schiarì la gola una volta, e ancora, e ancora. Il torace
cominciò a pompare su e giù. “Lei costringerà…Nalla a
guardare…quello che mi fanno. Nalla dovrà guardare…”
Zsadist cercò di mantenere le proprie emozioni dentro si sé, poi
perse la battaglia, piangendo con i singhiozzi decisi e potenti di un
uomo. “Lei dovrà…guardare…suo padre mentre…”
Tutto ciò che Bella poteva fare era stringere forte e bagnargli il
pigiama con le proprie lacrime. Aveva saputo che di qualunque
cosa si trattasse sarebbe stata brutta. Ma non aveva avuto idea di
quanto brutta.
“Oh, amore mio,” disse Bella, mentre Z l’abbracciava e
nascondeva la testa tra i suoi capelli. “Oh, mio caro amore…”



....Lunedì prossimo i capitoli 7 e 8 ..... buona lettura

domenica 2 ottobre 2011

C' ERA UNA VOLTA......IL GIALLO......2a parte


Il romanzo giallo - che va opportunamente distinto in quanto “opera di fantasia” dalle cronache di tipo giudiziario-criminale che rispondevano, alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, allo stesso tipo di attrazione morbosa dei lettori verso quanto sa di brivido e di criminale - appare in Italia fino dai primissimi anni del nostro secolo, con un certo ritardo quindi rispetto a ciò che era accaduto in altri paesi europei, valga per tutti l’esempio di quelli anglofoni. Ricordiamo che la data tradizionalmente indicata come inizio per il tipo di letteratura di cui ci stiamo occupando è il 1841, anno in cui sul Graham’s Magazine di Filadelfia comparve il celebre racconto di Edgar Allan Poe: “I delitti della Via Morgue”.    Dal 1840 al 1880 al genere  dedicano le loro opere Wilkie Collins in Inghilterra, ed Emile Gaboriau in Francia, mentre in Italia bisogna aspettare il 1863 per avere una prima edizione delle “Storie incredibili” di Poe (G. Daelli e C. Editori, Milano, e siamo intorno al 1870 quando i romanzi di Gaboriau vengono presentati per la prima volta a puntate al nostro pubblico. Inoltre, risale soltanto al 1895 la prima apparizione italiana di “Le avventure di Sherlock Holmes” (Ed. Verri, Milano). Il giallo in questo periodo è destinato piuttosto a comparire come romanzo di appendice a puntate in testate di grande diffusione, come per esempio “La Domenica del Corriere” (la cui pubblicazione datava dal 1899).
Le origini del poliziesco in Italia vengono fatte risalire al romanzo del 1852 Il mio cadavere del napoletano Francesco Mastriani (1819-1891). L'opera di Mastriani è uno dei primi romanzi gialli della storia: compare la figura di un medico investigatore (il personaggio del dottor Weiss), sono presenti aspetti  psicologici, descrizioni di medicina legale ed anche elementi di natura horror. Contemporaneo all'esordio di Sherlock Holmes è il romanzo Il cappello del prete (1887) del milanese Emilio De Marchi (1851-1901), una storia delittuosa ambientata a Napoli e caratterizzata anche dal punto di vista psicologico. Rimasto in ombra nei successivi decenni, il giallo italiano ritrova nuova linfa grazie ai romanzi di Augusto De Angelis (1888-1944), creatore del commissario De Vincenzi della Squadra Mobile (Il banchiere assassinato, 1935).  Un fenomeno a parte, ma in qualche misura analogo, è costituito dalla fortuna che incontra la pubblicazione di dispense popolari illustrate, che presentavano ad esempio le avventure di personaggi quali Nick Carter, Petrosino, Nat Pinkerton, Lord Lister (Raffles), etc.
 Negli anni 1943-44 la pubblicazione di  questi romanzi  fu veramente ridotta al lumicino, anche senza mai ridursi veramente a zero, a conferma della vitalità e della richiesta di prodotti del genere. E ciò, nonostante l’opposizione nei confronti di questo tipo di letteratura da parte del governo fascista, divenuto nel frattempo governo della Repubblica Sociale Italiana, si fosse spinta fino al punto di decretare addirittura il sequestro di tutti i libri gialli in quanto tali (1943).
La completa “resurrezione” si ebbe tra la fine della guerra e i primi anni della “ricostruzione”, tenendo presente che da allora a oggi  si sono pubblicate oltre a innumerevoli romanzi , oltre 500 le collane.
Il poliziesco è il genere, non solo letterario, che con il giallo più si è identificato nel corso degli anni, infatti negli altri sottogeneri o derivati del giallo (ad esempio il thriller o la spy story), il racconto delle indagini svolte non ha la stessa importanza fondamentale che ha nel poliziesco, dove invece quasi tutto è imperniato su questo elemento.
Gli elementi principali che contraddistinguono il poliziesco sono:
  • un delitto (di qualsiasi natura) compiuto o in corso

  • uno o più investigatori

  • le indagini sul crimine svolte con sistemi scientifici

  • lo scioglimento finale dell'intreccio

  • Di norma la storia poliziesca narrata si conclude nel momento in cui terminano le indagini sul crimine. Questo genere non raccoglie solo i romanzi in cui le indagini sono condotte direttamente dalla polizia, o da un investigatore "dilettante" che adotta i sistemi tipici della polizia, ma anche quelli in cui la vicenda è rappresentata come sfida alle forze dell'ordine. In ambito anglosassone ci si riferisce a questo particolare ed ampio sottogenere del giallo con il termine detective fiction o detective story.
    Altri esempi di indagini e situazioni tipiche del poliziesco si ritrovano nei romanzi degli autori inglesi Charles Dickens, soprattutto in Casa desolata del 1853 ed Il mistero di Edwin Drood del 1870, rimasto incompiuto, e Wilkie Collins, in particolare La donna in bianco del 1859 e La Pietra di Luna del 1868. Il nuovo genere si diffonde negli stessi anni anche al di fuori dell'ambito anglosassone, in particolare in Francia con i romanzi di Émile Gaboriau (fra cui L'affare Lerouge del 1863 ed Il dramma d'Orcival del 1867) e nei quali indaga Lecocq, poliziotto della Sûreté, creato anch'egli sul calco di Dupin.Alla fine dell XIX secolo la popolarità del poliziesco continua a crescere, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti dove, accanto ai romanzi di Anna Katharine Green fra cui Il caso Leavenworth del 1878, viene pubblicato nel 1886 The Old Detective's Pupil il primo dei romanzi dedicati al detective Nick Carter.
    Ma il  momento di svolta nella storia del poliziesco è la creazione nel 1887 da parte di Arthur Conan Doyle di Sherlock Holmes(,si impone come modello di investigazione per tutti gli altri autori di polizieschi negli anni seguenti: L'inizio del novecento  può considerarsi il periodo d'oro  inizia, infatti, con lo straordinario e duraturo successo, prima in Gran Bretagna poi nel resto del mondo, ottenuto delle storie poliziesche di Edgar Wallace, di R. Austin Freeman (1862-1943), con le storie del dottor Thorndyke ,il francese Gaston Leroux (1868-1927), creatore del giornalista-detective Rouletabille (esordio letterario Il mistero della camera gialla del 1908) e autore anche del celeberrimo Il fantasma dell'Opera (1911), romanzo che si spinge ben oltre i confini del poliziesco.
    Figura principale di questo periodo  è Agatha Christie (1890-1976), detta la regina del giallo, inesauribile creatrice di romanzi-enigma che continuano a riscuotere, a distanza di numerosi anni dalla pubblicazione, grande successo in tutto il mondo. La sua attività letteraria inizia nel 1920 con il romanzo Poirot a Styles Court, prima indagine di Hercule Poirot, ispettore di polizia belga in pensione ed investigatore dalle formidabili capacità deduttive. Negli anni seguenti la Christie crea altri famosi detective, fra cui l'anziana Miss Marple (La morte nel villaggio del 1930) e la coppia Tommy e Tuppence (Avversario segreto del 1922, quasi una spy-story), personaggi che ritorneranno regolarmente nel corso dei decenni a venire. Alcune storie della Christie non prevedono la presenza di un detective tradizionale e si concentrano sul mistero, fra queste da ricordare il celeberrimo Dieci piccoli indiani del 1940, probabilmente il primo romanzo che tratta di omicidi in serie.
    Accanto alla Christie si affermano numerose altre scrittrici di polizieschi di provenienza britannica, fra cui Dorothy L. Sayers (1893-1957), creatrice dell'aristocratico Lord Peter Wimsey (Peter Wimsey e il cadavere sconosciuto del 1923), Ngaio Marsh (1895-1982), Margery Allingham (1904-1966) e Josephine Tey (1896-1952). Alter ego statunitense della Christie è Mignon G. Eberhart (1899-1996), autrice - in sessanta anni di carriera letteraria - di numerosi polizieschi basati sul tema ricorrente della "eroina in pericolo" (primo romanzo Patient in Room 18 del 1929); Dorothy Gilman  ( 1923 - vivente)con la sorprendente signora Pollifax ,  la simpatica vecchietta che lavora per la CIA (http://mrspollifax.com/blog/).
     Il giallo enigma riscuote enorme successo anche negli Stati Uniti: nel 1926 appare La strana morte del signor Benson (The Benson Murder Case), prima indagine del raffinato Philo Vance, tre anni dopo esordisce Ellery Queen  con La poltrona n. 30 (The Roman Hat Mystery, 1929) di D.Nathan e M.Lepofsky . Un altro fondamentale autore americano di nascita ed inglese di adozione è John Dickson Carr (1906-1977). Carr, creatore di Gideon Fell (Il cantuccio della strega, 1933) e Sir Henry Merrivale (La casa stregata, 1934) ed autore anche di gialli storici, dedicò tutta la sua attività letteraria ad ideare sempre nuove ed ingegnose soluzioni al problema del delitto impossibile.
     Negli Stati Uniti verso la fine degli anni venti del Novecento, il periodo della grande depressione e del proibizionismo, il periodo di Al Capone e dei gangster, hanno grande successo le cosiddette riviste pulp, fra cui la celebre Black Mask. Le riviste pulp pubblicano storie "semplici" e violente, non ci sono enigmi impossibili ma storie di crimini, criminali e poliziotti che usano quasi gli stessi sistemi. Da queste storie e dalle loro atmosfere trae origine la grande svolta letteraria nel poliziesco con l'avvento del genere hard boiled. Grazie ad autori come Dashiell Hammett (1894-1961), Raymond Chandler (1888-1959), Jonathan Latimer (1906-1983), Ross Macdonald (1915-1983) e Mickey Spillane (1918-2006). Hammett, egli stesso detective dell'Agenzia Pinkerton e già autore di racconti per Black Mask, nel 1929 scrive il romanzo Piombo e sangue, dove il protagonista è Continental Op, un investigatore privato (un private eye), alle prese sì con un delitto, ma che deve confrontarsi soprattutto con un ambiente di criminali, mentre nel 1930 esce Il falcone maltese, prima avventura del personaggio più celebre di Hammett, il detective privato Sam Spade. (vedi www.genovalibri.it/hammett/dh_tutto.htm)

     Le storie, il linguaggio e lo stile della scuola hard boiled, la scuola dei duri, portano ad una svolta nella storia del poliziesco che tutti i nuovi autori, anche quelli più legati al genere deduttivo, terranno presente. Ad esempio i romanzi gialli di impanto classico dello scrittore statunitense Rex Stout (1886-1975), scritti nell'arco di quaranta anni fra il 1934 (La traccia del serpente) ed il 1975 (Nero Wolfe apre la porta al delitto), raccontano le brillanti indagini del corpulento ed ironico Nero Wolfe, investigatore privato assolutamente sui generis
     Il poliziesco nel periodo tra le due guerre mondiali parla generalmente in inglese, anche se esistono delle importanti eccezioni che provengono dal piccolo Belgio, vale a dire Stanislas-André Steeman (1908-1970) e, soprattutto, Georges Simenon (1903-1989), il creatore del commissario Maigret (il primo romanzo è Pietro il Lettone del 1931), poliziotto caratterizzato da uno stile diverso da quello dei colleghi anglosassoni e che adotta metodi di indagine originali, basati sull'istinto, sull'intuito e sull'analisi psicologica dei sospetti, piuttosto che sullo studio degli indizi e sulle deduzioni logiche, come è "norma" nel giallo classico.
     In Italia , invece nel dopoguerra , abbiamo  il romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (prima pubblicazione nel 1946, in volume nel 1957) di Carlo Emilio Gadda (1893-1973) è un poliziesco "sperimentale" che va al di là dei confini del genere: adoperando un linguaggio originale che mescola elementi dialettali e lingua colta, Gadda si serve del giallo come strumento per ritrarre la Roma del periodo fascista.Ricorre alla tecnica del giallo anche il siciliano Leonardo Sciascia (1921-1989), che a partire dagli anni sessanta scrive numerosi romanzi polizieschi (fra cui Il giorno della civetta del 1960 e A ciascuno il suo del 1966). Nei "gialli" di Sciascia la verità non è mai semplice come sembra all'apparenza e la soluzione dell'enigma non ha una funzione consolatoria, come avviene quasi sempre nei gialli classici della tradizione e nel lettore rimane la sensazione di una "giustizia tradita.
    Risale al 1980 Il nome della rosa, giallo storico di Umberto Eco ambientato nel Medioevo, senza dubbio il poliziesco italiano di maggior successo internazionale, tradotto in numerose lingue. Con questo romanzo Eco affronta per la prima volta la narrativa e costruisce sulla struttura del classico giallo deduttivo un'opera ricca di continui riferimenti alla semiotica, all'analisi biblica, agli studi medievali, alla politica ed alla filosofia. Sulla scia del giallo storico di Umberto ECO, nel 1990, esce il primo dei 14 romanzi di Danila Comastri Montanari dal titolo " Mors Tua " ambientato nella Roma imperiale e con protagonista il senatore Publio Aurelio Stazio.Comincia una stagione di rinnovata popolarità e fortuna della narrativa poliziesca italiana, segnata non solo dal successo - anche internazionale - della narrativa di Andrea Camilleri e del suo personaggio più fortunato, il commissario Montalbano, ma anche dall'affermazione di un buon numero di nuovi autori, ciascuno caratterizzato da uno stile personale, fra cui Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli e Giorgio Faletti.
    • Gaston Leroux : 
    Gaston Leroux nacque a Parigi il 6 maggio del 1868 da una ricca famiglia di commercianti. Dopo aver completato gli studi in Legge nel 1889, lavorò in un ufficio legale divenendo reporter giudiziario e iniziando a scrivere racconti polizieschi e saggi. Dopo aver dilapidato i suoi beni col bere e col gioco d’azzardo, nel 1890, divenne giornalista e corrispondente estero (nel 1905 si occupò della Rivoluzione russa); fu critico teatrale di “Echo de Paris” e corrispondente del “Matin”, ove pubblicò in forma seriale quasi tutte le sue opere. Appassionato del “feuilleton”, nel 1903 pubblicò il primo romanzo “La doppia vita di Théophraste Longuet (La double vie de Théophraste Longuet)”, divenendo ben presto noto per romanzi e testi teatrali che risentivano del gusto della bella époque ma che non erano scevri di un certo approfondimento psicologico. Incontrò il gradimento del pubblico con una serie di “noir” dedicati al giornalista-detective Joseph Routelabille, tra i quali ricordiamo “ Il mistero della camera gialla (Le Mystère de la chambre jaune)” (1908), “Il profumo della signora in nero (Le parfum de la dame en noir)” (1909), “Le strane nozze di Rouletabille (Les étranges noces de Rouletabille)” (1914), “Il castello nero (Le château noir)” (1914) e “Arrestate Rouletabille (Le crime di Rouletabille)” (1921). Dedicò anche un ciclo di romanzi alle avventure di Chéri-Bibi, tra i quali: “Chéri-Bibi” (1913), “Chéri-Bibi et Cécily” (1913) e “Il colpo di stato di Chéri-Bibi (Le coup d’état de Chéri-Bibi)” (1925). Nel 1919 con Arthur Bernède creò una società cinematografica, la “Société des Cinéromans”, grazie alla quale trasformò in film muti alcuni suoi racconti. Il suo vero capolavoro è però “Il fantasma dell’opera (Le fantôme de l’Opéra)” (1910), apparso prima in forma seriale e trasformato poi in romanzo, un poliziesco particolare, di gusto gotico (ispirato dai racconti di Edgar Allan Poe), ricco di horror e influenzato dalla passione per la musica e il canto di Leroux. Inizialmente, il romanzo - che narra di un mostruoso recluso mascherato che vive nei sotterranei dell’Opéra di Parigi e che s’innamora di una bellissima giovane cantante - non aveva avuto né un particolare successo di critica né di pubblico ma divenne famosissimo dopo che nel 1925 l’attore americano Lon Chaney ne trasse uno stupendo film muto. Da allora, non si contano i film, gli sceneggiati e le serie TV ispirati a questa melodrammatica vicenda, oltre al noto musical di Broadway (1987) con la musica di Andrew Lloyd Webber e i versi di Charles Hart. Altri suoi romanzi degni di nota sono: “Balaoo” (1911), “Una storia terribile (Le diner des bustes) (1911), “Il museo delle cere (Le coer cambriolé)” (1920) e “La donna con il collare di velluto (La femme au collier de velours)” (1924). Gaston Leroux morì a Nizza il 15 Aprile del 1927 per una grave infezione acuta delle vie urinarie.

    • Agatha Christie:
    Agatha Mary Clarissa Miller nasce nel 1890 a Torquay, in Inghilterra da padre americano.
    Quando la piccola è ancora in tenera età, la famiglia si trasferisce a Parigi dove la futura scrittrice intraprende fra l'altro studi di canto.
    Orfana di padre a soli dieci anni, viene allevata dalla madre (oltra che dalla nonna), una donna dotata di una percezione straordinaria e di una fantasia romantica spesso non collimante con la realtà. Ad ogni modo, il padre della Christie non era certo un esempio di virtù familiari, essendo un uomo più dedito al cricket e alle carte che alla famiglia. Ad ogni modo, l'infanzia della Christie sarebbe una normale infanzia borghese se non fosse per il fatto che non andò mai a scuola. Anche della sua educazione scolastica si incaricò direttamente la madre, nonché talvolta le varie governanti di casa.
    Inoltre, nell'adolescenza fece molta vita di società fino al matrimonio, nel 1914, con Archie Christie che in seguitò diventerà uno dei primi piloti del Royal Flying Corps durante la prima guerra mondiale.

    Agatha in questo periodo inizia la sua attività di scrittrice con biografie romanzate con lo pseudonimo di Mary Westmacott che, però, vengono ignorate sia dal pubblico che dalla critica.
    L'idea per il suo primo romanzo giallo, "Poirot a Styles Court", le venne lavorando in un'ospedale, come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni.
    Ma il primo successo arrivò, nel 1926, con "Dalle nove alle dieci". Dopo la morte della madre e l'abbandono del marito (di cui dopo il divorzio conservò il cognome per ragioni unicamente commerciali), Agatha scompare e, dopo una ricerca condotta in tutto il paese, viene ritrovata ad Harrogate nell'Inghilterra settentrionale sotto l'effetto di un'amnesia. Per due o tre anni, sotto l'effetto di una forte depressione, scrisse romanzi decisamente inferiori alle sue opere più riuscite, fino a che un viaggio in treno per Bagdad le ispirò "Assassinio sull'Orient Express" e la fece innamorare di Max Mallowan che sposò nel 1930.
    Nel 1947 il suo successo è ormai talmente radicato che la Regina Mary, al compimento dei suoi ottant'anni, chiede alla scrittrice, come regalo di compleanno, la composizione di una commedia. La Christie, assai lusingata della richiesta, stende il racconto "Tre topolini ciechi", che la Regina dimostrò in seguito di gradire moltissimo. Ma anche il pubblico ha sempre dimostrato di essere molto attaccato alle sue opere. Tradotti in 103 lingue, in alcuni casi è diventata talmente popolare da sfiorare il mito. In Nicaragua, ad esempio, venne addirittura emesso un francobollo con l'effigie di Poirot. Nel 1971 le viene assegnata la massima onorificenza concessa dalla Gran Bretagna ad una donna: il D.B.E. (Dama dell'Impero Britannico).
    Nel Natale del 1975 nel romanzo "Sipario" la Christie decise di far morire l'ormai celeberrimo investigatore Hercule Poirot mentre, il 12 gennaio 1976, all'età di 85 anni, muore anche lei nella sua villa di campagna a Wallingford. E' sepolta nel cimitero del villaggio di Cholsey nel Oxfordshire. Secondo un rapporto dell'UNESCO, Agatha Christie in vita guadagnò circa 20 milioni di sterline, cioè poco più di 23 milioni di euro.
    A tutt'oggi, Agatha Christie è una certezza per gli editori che pubblicano i suoi romanzi, essendo uno degli autori più venduti del mondo.( da biografieonline.it). per la bibliografia completa , notevolmente vasta vi rimando al sito :
    www.genovalibri.it/christie/index.htm

    • GEORGES SIMENON:
    Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) fu uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi ma noto al grande pubblico per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

    Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi, circa 17 . La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie.Simenon è noto soprattutto per essere l'ideatore del commissario Maigret, protagonista di racconti e romanzi polizieschi che hanno contribuito in maniera determinante alla fama e al successo dello scrittore:le inchieste del commissario Jules Maigret si snodano nell'arco di 42 anni e racchiudono 75 romanzi e 28 racconti (3 dei quali inediti in Italia). Iniziano con Pietro il Lettone e terminano con Maigret e il signor Charles.
    In Italia il primo romanzo pubblicato fu L'ombra cinese (1932) l'ultimo Maigret e l'informatore (1991), probabilmente ciò dovuto ad una dimenticanza dell'editore, Maigret e il signor Charles fu inserito in un cofanetto non numerato della collana Oscar Mondadori unito a Maigret e l'uomo solo ed a Le ricette della signora Maigret. Jules Maigret fa la sua apparizione "ufficiale " in Italia nel 1932 nella collana Mondadori "I Libri Neri", 12 volumi dei quali i primi quattro riportano la dicitura " I Libri Neri" ed i successivi "I Romanzi Polizieschi di Georges Simenon", hanno la copertina fotografica come l'edizione originale francese e racchiudono 12 delle 19 inchieste edite in Francia a cura della Fayard tra il 1931 e il 1934, i sette romanzi mancanti assieme a cinque "non Maigret" ed alla ristampa di 8 dei precedenti verranno proposti nella collana dei "Gialli Economici". In Francia l'ultimo in ordine di uscita è Maigret, romanzo nel quale il commissario è già in pensione, Simenon sembra deciso ad abbandonare quel tipo di letteratura per dedicarsi a cose più "importanti", l'assenza dura 2 anni, poi per ragioni varie attribuite alle insistenze dell'editore, alle richieste dei lettori ma forse per bisogno di denaro, nel 1936 riprende quel personaggio in Les Nouvelles enquêtes du commisaire Maigret.
    . Simenon iniziò la sua carriera di scrittore a poco meno di sedici anni, a Liegi, come giornalista nella sua città natale. Negli anni venti, trasferitosi a
    Parigi, divenne un prolifico autore di narrativa popolare. Negli anni trenta raggiunse la fama grazie al personaggio del commissario Maigret, i cui racconti e romanzi furono i primi a essere pubblicati con il suo vero nome; sino ad allora infatti, Simenon aveva pubblicato opere sotto pseudonimo, usandone decine: il più ricorrente era Georges Sim. Fu quella la svolta nella carriera letteraria di Simenon che, fino agli anni settanta, produsse un considerevole numero di romanzi (gialli e non) che lo rendono uno degli autori più tradotti e più letti del XX secolo. Nonostante l'enorme successo di critica e commerciale, la critica letteraria è sempre stata indecisa riguardo una sua possibile classificazione, tanto che, benché la produzione poliziesca di Simenon riguardi una parte relativamente minoritaria della sua opera, egli è ricordato per lo più come un prolifico autore di romanzi gialli.
    Tra i romanzi scritti da Simenon dove non figura Maigret è doveroso ricordare:
    • Tre camere a Manhattan: una storia avvincente e tetra, in cui non mancano colpi di scena, fotografie di vite squallide, persone insensibili, ma anche un amore; è stato scritto nel periodo in cui l'autore fu travolto dalla passione per la donna che poi diverrà la sua seconda moglie, Denyse Ouimet.
    • L'uomo che guardava passare i treni: è la storia del signor Popinga che colto nella routine della sua vita "perfetta" guarda passare i treni della notte con le tendine abbassate "sul segreto dei viaggiatori", finché un giorno prenderà anche egli il treno della fuga da tutto e da tutti, per vestire i panni dell'omicida braccato dalla polizia di mezza Europa;
    Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti è doveroso ricordare il Mystery Writers of America Grand Master, ricevuto nel 1966.
    Molti dei suoi romanzi sono divenuti film, sceneggiati e serie televisive

    sabato 1 ottobre 2011

    SUSANNA TAMARO in " PER SEMPRE "

                                     PER SEMPRE    di Susanna Tamaro



    Susanna Tamaro è nata a Trieste il 12/12/1957. Seconda di tre figli, la sua infanzia è segnata dalla decisione del padre di lasciare la famiglia quando lei ha solo quattro anni. Nel 1976 si diploma presso l’Istituto Magistrale e vince una borsa di studio per il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove si trasferisce. Consegue il diploma in cinematografia e nel 1977 è aiuto regista per Salvatore Sampietri, nel film Ernesto. Nel 1978 inizia a scrivere dei racconti, che però non troveranno mai un editore. Negli anni Ottanta cura alcune regie per trasmissioni della Rai, e finalmente, nel 1989, riesce   a  pubblicare il suo primo romanzo, La testa tra le nuvole. Inizia però a soffrire di asma bronchiale e si ritira in Umbria, regione nella quale tutt’ora risiede. Il libro che segue, Per voce sola, non ottiene il successo del grande pubblico, anche se è molto apprezzato da personaggi illustri, come Federico Fellini e Alberto Moravia. Si cimenta anche con la narrativa per bambini, con il racconto Cuore di ciccia (1991),Il cerchio magico (1994), Tobia e l'angelo (1998), Papirofobia (2000), Il grande albero (2009). Ma è nel 1994, che l’autrice è riescita  ad entrare nel cuore del grande pubblico con  il suo romanzo Va’ dove ti porta il cuore, snobbato dalla critica, diventa, soprattutto grazie al passaparola tra i lettori, un successo in tutto il mondo. Ne sarà tratto il film omonimo, nel 1996, interpretato tra gli altri da Virna Lisi.
    Nel 1997 esce Anima Mundi, altro successo letterario, ma in tono minore rispetto al precedente. Dal 1996 al 1998, collabora al settimanale Famiglia Cristiana e nel 1997 scrive una canzone, Il respiro più grande, che, cantata da Ron e Tosca, parteciperà al Festival di Sanremo.
    Nel 2001 pubblica Raccontami, una raccolta di racconti. Da uno di essi trarrà il suo film Nel mio amore, uscito però solo in DVD. E’ invece del 2006 il romanzo Ascolta la mia voce, sequel di Va’ dove ti porta il cuore, che, come il precedente, ottiene un grande successo.
    Vicina al mondo cattolico : nel 2000, infatti,  la scrittrice ha istituito la Fondazione Tamaro, ente che si alimenta esclusivamente con i diritti dei suoi libri e con eventuali donazioni, contribuendo allo sviluppo di progetti a favore delle categorie più deboli nel mondo intero. 

    Profondamente animalista, è testimonial della Lipu, del Corpo forestale dello Stato, di Legambiente e del Wwf.
    Il Giglio Bianco di Orvieto è l'agriturismo aperto da Susanna Tamaro per venire incontro ai turisti desiderosi di conoscere e gustare le bellezze umbre. La pensione può vantare di un'apposita struttura tipo palestra, ideale per stage di karate e incontri sportivi.www.susannatamaro.it

    Esiste il "per sempre"?» mi avevi chiesto. Ti avevo stretto a me con ancora più forza. Sotto lo strato di maglie, maglioni e giacca a vento, avevo sentito vivo e caldo il tuo esile corpo. «Esiste solo il "per sempre"» ti avevo risposto.
    Era questo il patto d'amore e di vita, il filo indissolubile su cui i protagonisti  avevano costruito la trama dei loro giorni. Eppure sono passati quindici anni da quando Nora  è morta  ,in un incidente stradale assieme a suo figlio ,ma Matteo non sa ancora capire se si è trattato davvero di un incidente o invece piuttosto di un suicidio.
    Ora , vive in montagna, solo, in un piccolo rifugio. Ha un allevamento di pecore, un orticello. Ogni tanto qualche viaggiatore, per caso o dopo aver sentito parlare di lui, lo raggiunge e gli racconta la sua storia. Altri, di fronte alla semplicità della sua esistenza, fuggono via, terrorizzati da qualcosa che non riescono a comprendere.
     L’uomo non chiede niente per la sua ospitalità e condivide quel poco che ha con coloro che decidono di restare per fargli compagnia.
     Nessuno sa chi è, la maggior parte di coloro che lo incontrano cerca di farlo rientrare nell’ambito di una definizione rassicurante, precisa, definitiva, ma Matteo non può far parte di nessuna classificazione, perché lui è tutto e niente, tutti e nessuno. 
    Ricorda quotidianamente gli interrogativi che hanno segnato il suo viaggio e che segnano il viaggio di ogni uomo: di quanto dolore sono fatte le nostre vite? E quando ha fine? Come si esce dall'inferno? E chi è Dio?
    Un percorso interiore che ci racconta di quanto un uomo possa perdersi nel dolore e di come la forza rigeneratrice della Natura e il mistero della vita racchiusi nelle cose più piccole lo possano cullare, guarire e redimere, restituendolo al mondo.  La storia della  drammatica scomparsa di Nora è toccante, sconvolgente.

     La descrizione, estremamente dettagliata ma anche molto rapida, cinematografica, dell’evento come se si stesse svolgendo proprio sotto gli occhi del lettore, lascia addolorati, increduli, porta il livello di empatia con il protagonista a un piano superiore di tangibile emozione.Attraverso lo stile discorsivo di un romanzo che è anche un po’ diario, un’autobiografia dedicata alla persona amata, un percorso di crescita solitaria, ma anche comune, dove i tanti perché che il protagonista rivolge alla moglie non possono ovviamente trovare risposte dirette, se non attraverso la rielaborazione di eventi e sentimenti vissuti quando erano ancora insieme .
      Aver incontrato Nora per lui è stato come trovare un faro dopo aver navigato per molto tempo nel buio più completo; perderla, prima che lui avesse avuto il tempo di schiudersi completamente alla vita, grazie alla sua saggezza istintiva e naturale, è una totale catastrofe fisica e morale.
    Matteo reagisce al dolore come un uomo qualsiasi potrebbe fare: si dà all’alcool, inizia a trascurare il lavoro, a essere egoista ai limiti della crudeltà, anche con chi desidera aiutarlo. Una discesa all’inferno di questo tipo, che potrebbe sembrare quasi stereotipata, a una più profonda riflessione rende il suo percorso ancora più credibile, proprio per la sua drammatica semplicità.
    Come scopre Matteo, bisogna fare come Pollicino nel bosco, bisogna perdersi per ritrovarsi;
    la storia di Matteo coinvolge il lettore, dapprima in sordina, poi sempre più intensamente, fino a renderlo partecipe dei suoi pensieri e del suo percorso di crescita, dall’infanzia al presente, in un’altalenarsi continuo e vibrante di emozioni, scoperte, distruzione e ricostruzione. Un percorso che non ha mai fine e che si teme, e si spera, non debba finire dopo la morte. Una speranza costituita da una piccola fiamma che può essere alimentata solo con la volontà e con l’azione, o con la mancanza totale e volontaria di essa.